Nina, Pinta o S. Maria?

La Francia cancella dal codice civile i termini “padre” e “madre”, sostituiti da “uno dei genitori”

da www.tempi.it a firma @LeoneGrotti

I primi effetti della legge sul matrimonio omosessuale in Francia si vedono già: le parole “padre ” e “madre” sono state cancellate. Stamattina è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale il decreto applicativo della legge Taubira che legalizza matrimonio e adozione gay in Francia, sono stati modificati il libretto di famiglia e il codice di procedura civile.

Libretto di famiglia. Prima dell’approvazione della legge nel “libretto di famiglia”, documento ufficiale rilasciato dallo Stato francese che indica tutti gli atti riguardanti lo stato civile di una famiglia, erano indicati i campi “sposo o padre” e “sposa o madre”. Queste diciture sono sparite: nei nuovi libretti sarà lasciato un campo bianco neutro per tenere conto delle famiglie composte da due padri o due madri. I vecchi libretti saranno ancora distribuiti in Francia «fino a esaurimento scorte».

Cancellati “padre” e “madre”. È cambiato anche il Codice di procedura civile francese (su internet è ancora disponibile quello vecchio): nella prima riga dell’articolo 1181 le parole “il padre, la madre” sono state sostituite da “uno dei genitori”. Nell’articolo 1182, nella prima riga le parole “al padre, alla madre”, sono state rimpiazzate da “a ciascuno dei genitori”. Nella quarta riga dell’articolo 1182, nella prima dell’articolo 1189 e nell’articolo 1197 le parole “padre e madre” sono state cambiate con “i genitori”. Nella prima riga dell’articolo 1184 le parole “del padre, della madre” sono state sostituite con “di ciascuno dei genitori”. I termini “padre” e “madre” sono stati cancellati anche dagli articoli 1185, 1188, 1190, 1192, 1186, 1187 e 1191. Nell’articolo 1208, infine, la frase “il padre, la madre, il tutore” è stata cambiata così: “i genitori, il tutore”. Leggi il resto di questo articolo »

 

La Chiesa del silenzio

da www.lanuovabq.it, a firma Riccardo Cascioli

Negli ultimi giorni sono accaduti diversi avvenimenti che per un cattolico non possono non suscitare alcune domande.

Partiamo dal primo e più recente: la morte di don Andrea Gallo. Personaggio che non ha bisogno di presentazioni, tutti sanno che la sua opera di accoglienza di poveri ed emarginati a Genova si accompagnava a continue provocazioni contro la Chiesa: dalla confessione di aver accompagnato delle prostitute ad abortire, al “Bella Ciao” cantata alla messa nel giorno dell’Immacolata, fino all’auspicio di vedere presto un Papa gay. Ha anche avuto per anni la possibilità di esternare la sua “visione” di Chiesa nei salotti televisivi, che frequentava con una certa assiduità e che lo hanno reso un personaggio famoso, senza peraltro che nessuno degli arcivescovi suoi superiori avesse mai da obiettare alcunché. Tralascio quanto avvenuto al funerale, che è perfettamente in linea con il personaggio e non meriterebbe neanche un commento, perché in fondo non credo che in tutta questa vicenda il problema più grosso sia quello che don Gallo era e faceva. Leggi il resto di questo articolo »

 

L’uomo di Bersani ci ha presi in giro

da Libero, a firma Maurizio Belpietro

Capisco che non si possa chiedere al cappone di saltare in pentola per farsi cucinare a puntino. Ma il cappone deve capire che non può chiedere a noi di credere a tutte le sue scuse per evitare di finire arrosto. Nel nostro caso il cappone si chiama Filippo Penati, esponente di primo piano del Partito democratico in Lombardia e non solo.

Fino a poco prima di rischiare un salto in padella, l’ex presidente della Provincia di Milano era il braccio destro di Pier Luigi Bersani, per il quale era stato il capo della mozione durante le primarie e poi il capo di gabinetto. Di lui si parlava come di un astro nascente, l’unico che fosse riuscito espugnare qualcosa a casa del Cavaliere. E per un certo periodo la sinistra aveva perfino pensato di ripartire da lui per tornare a contare a nord del Po. Leggi il resto di questo articolo »

 

Tommaso Moro, un santo contro gli Enrico VIII oggi in giro

da www.lanuovabq.it, a firma Giovanni Fighera

Il 5 luglio 1535 Tommaso Moro scriveva alla figlia Margherita: «Dubitare di Lui [Dio], mia piccola Margherita, io non posso e non voglio, sebbene mi senta tanto debole. E quand’anche io dovessi sentire paura al punto da esser sopraffatto, allora mi ricorderei di san Pietro, che per la sua poca fede cominciò ad affondare nel lago al primo colpo di vento, farei come fece lui, invocherei cioè Cristo e lo pregherei di aiutarmi. Senza dubbio allora Egli mi porgerebbe la sua santa mano per impedirmi di annegare nel mare tempestoso». Quando indirizzava queste parole alla figlia, Moro era già stato condannato a morte, ma non sapeva ancora che il giorno dopo sarebbe stato condotto al patibolo e giustiziato. Per gentile concessione del Re, forse in nome dell’antica amicizia, non venne sottoposto alla pena di alto tradimento, di cui era stato accusato, che prevedeva l’impiccagione e lo squartamento del condannato ancora vivo. Venne pregato dal Re di pronunciare poche parole prima di morire. Allora disse: «Chiedo di pregare per me. Testimoniate che sono morto nella fede e per la fede della santa chiesa cattolica. Muoio fedele servo del re, ma prima servo di Dio». Non gli venne meno neppure il suo tradizionale senso dell’umorismo. Si rivolse così al luogotenente che lo accompagnava al patibolo: «Per favore aiutatemi a salire, poi per scendere non disturberò nessuno». Era il 6 luglio 1535, festa di san Tommaso Beckett, uno dei santi più famosi di Inghilterra, l’Arcivescovo assassinato nel 1190 nella Cattedrale di Canterbury. La sua testa, esposta sul ponte di Londra, sostituì quella del cardinale Fisher, giustiziato il 22 giugno. Leggi il resto di questo articolo »