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Tutte le donne di Obama

Dalla nostra inviata a New York, Martina Sassoli

Sarà stata la sparata sullo stupro legittimo di Todd Akin, il senatore repubblicano in corsa per le prossime elezioni di novembre. Sarà il fronte anti abortista a sostegno di Romney che, di fatto, punta a una rivisitazione della libertà di scelta delle donne.

Sarà che Romney stesso sembra piacere più agli uomini che alle relative dolci metà.

O forse, semplicemente, che la popolazione femminile rappresenta più della metà dell’elettorato statunitense.

Sta di fatto che i Democratici hanno scelto di puntare proprio sulle donne e, soprattutto, sul loro consenso in vista del prossimo 6 novembre. Un terreno minato, per certi aspetti, ma lasciato praticamente libero dall’avversario repubblicano, percepito con freddezza da gran parte del gentil sesso.

Una scelta, quella dei democrats, ribadita anche a Charlotte, in North Carolina, dove ieri sera si è aperta la convention in cui venerdì verrà consacrata la ricandidatura di Barack Obama per la corsa alla Casa Bianca.

A confermare questa direzione, come se non bastasse la presenza di Michelle Obama quale figura chiave della prima giornata di lavori, è stato lo speech di una signora dell’Ohio che ha avuto il compito di introdurre l’arrivo della First Lady sul palco, ma ancor più di fare da intermediario emotivo tra osservatore e osservato, trasmettendo empatia agli spettatori. 

A lei, infatti, il delicato compito di stabilire quel feeling necessario affinché le parole di Michelle arrivassero dritte al cuore degli elettori e non sembrassero, al contrario, le battute di un copione ben studiato.

In particolare, Elaine Brye, questo il nome della “military mom”, ha voluto rappresentare il volto di quell’America che ha donato i propri figli al proprio Paese. Quattro dei suoi figli, infatti, sono arruolati nell’esercito, mentre il quinto, ancora studente, è deciso a seguire le orme dei fratelli maggiori.

Una famiglia atipica ma “vera”: questo il concetto che è sembrato passare attraverso gli schermi.  Come “veri” sono sembrati i sentimenti di stima e di riconoscenza nei confronti del Presidente Obama attraverso l’intermediazione di Michelle: fu proprio lei a stabilire il rapporto con la Brye, rispondendo a una cartolina natalizia di auguri. Da allora, le due iniziarono una corrispondenza sfociata poi in due inviti speciali: uno per una cena di Stato alla Casa Bianca, l’altro per la Convention Democratica in qualità di testimonial.

Testimonial di quelle dosi di umanità e semplicità che in questi giorni si vogliono far passare come tratti distintivi della famiglia Obama al completo.

Questo è stato il compitino tutt’altro che semplice affidato al siparietto al femminile che ieri sera ha dominato la scena politica, con una Michelle nelle vesti di paladina dei diritti delle donne, da lei stessa definite “il motore dell’America”. Un elogio a 360 gradi all’intraprendenza e alla determinazione femminile, in grado di fare la differenza nella scuola così come nell’esercito, e non per ultimo, nella famiglia.

Proprio sul valore della famiglia si è incentrato il discorso della First Lady che, attraverso una avvincente riformulazione della proprietà transitiva, ha promosso l’immagine degli Stati Uniti come quella di una grande famiglia che ha bisogno di una figura che sappia essere eccellente padre ed eccellente marito. E chi può interpretare tale ruolo nel migliore dei modi? Ma Barack Obama, ovviamente… parola di moglie. Anzi, usando la sua stessa espressione, parola di “mom in chief”.

Tra le tante le figure ricordate dalla First Lady come pietre miliari nella formazione del marito, incidentalmente, spiccano soprattutto quelle al femminile, dalla mamma sigle che, da sola, ha sapientemente cresciuto Barack, alla nonna segretaria che fu tra le prime a lottare contro il tetto di cristallo che ancora oggi blocca le carriere professionali di molte lavoratrici.

Ma l’asso nella manica, l’astuta Michelle, l’ha calato solo sul finale, riportando l’attenzione sul buco nero più profondo della campagna elettorale repubblicana: quello sul diritto all’aborto.

Il passaggio dedicato alla libertà di scelta delle donne, sia sul fronte della salute che sul terreno dell’etica, è stato infatti uno dei pochi ad avere un valore squisitamente politico e ideologico, anch’esso però giocato sul terreno del coinvolgimento emotivo.

«Noi donne siamo abbastanza intelligenti per sapere cosa è meglio per noi stesse».

Un messaggio più che chiaro alle signore d’America ma ancor più cristallino per i repubblicani, implicitamente accusati di misoginia, ai quali la First Lady sembra aver indirizzato un discreto missile dalle sembianze post-femministe.

Come a dire: attenzione, signori, e guardatevi le spalle. Perché in ciascuna delle vostre famiglie c’è almeno una donna.

Pronta a combattere per se stessa e quindi -perche no?- decisa a votare Obama.