L’eredità preziosa di Cossiga, tesoro per il centrodestra
di Claudio Scajola
È importante ricordare, a due anni dalla sua scomparsa, una figura fondamentale della nostra storia repubblicana, Francesco Cossiga.
Ci mancano le sue interpretazioni degli avvenimenti politici sempre capaci di sparigliare, di affascinare, di andare oltre la più semplice e banale osservazione della realtà. Come lo descrisse Mario Sechi nel 2010, Cossiga è stato «un isolano che guarda il Vecchio Continente con gli occhi di chi ne conosce la storia e gli inconfessabili retroscena». Un uomo politico che sarebbe stato particolarmente prezioso in questi anni difficili in cui l’unità europea sembra vacillare per il venir meno di quel principio di solidarietà reciproca che ne rappresentò il collante essenziale all’indomani della conclusione del secondo conflitto mondiale.
Del democratico cristiano presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, ricordiamo il coraggio mostrato vent’anni fa nel denunciare ad una classe politica intorpidita la necessità di cambiamenti, rinnovamento, riforme istituzionali capaci di adeguare l’Italia ai grandi paesi europei. Non v’è da stupirsi di questo carattere innovatore di Cossiga. Da sempre diffidente nei confronti della partitocrazia e dei vizi che essa porta con sé, concepì sempre l’impegno politico da credente, come missione. La missione di Cossiga era servire uno Stato che fosse al servizio dei cittadini, e non il contrario. Seppe offrire per tutta la sua vita un mirabile esempio ai cristiani impegnati in politica, senza mai cedere al perbenismo e al moralismo. D’altra per lui certi atteggiamenti non avrebbero avuto senso. Lo studio approfondito, appassionato, radicato del pensiero del santo patrono dei politici, Thomas More, gli consentiva di coniugare un solidissimo senso dello Stato, vera e propria cifra dell’esistenza di questo grande sardo, con un rispetto della propria coscienza e delle proprie convinzioni di credente. Dobbiamo a uomini come lui, Mario Scelba, Paolo Emilio Taviani, i grandi ministri dell’Interno della nostra storia repubblicana, la libera e pacifica convivenza civile e la tenuta dello Stato di fronte al pericolo eversivo, alle rivolte di piazza, alla minaccia di un’invasione straniera supportata da focolai rivoluzionari orchestrati oltre la cortina di ferro, alla cieca e vile violenza del brigatismo nero e rosso.
Non solo ministro di polizia, però, ma anche fine conoscitore della politica internazionale e delle regole scritte e soprattutto non scritte che la regolano. Dopo Alcide De Gasperi, Cossiga fu fermo sostenitore di una linea rigorosamente filo atlantica e filo americana insieme al suo corregionale Antonio Segni e al ligure Paolo Emilio Taviani.
Nell’ultima fase della sua lunga ed entusiasmante vita politica, Cossiga sentì il bisogno di fare ancora qualcosa per il suo Paese, che aveva a lungo servito con dedizione. È stato detto che egli avvertì il dovere di portare a palazzo Chigi Massimo D’Alema, figura di primo piano dello scomparso Pci, e con ciò guidare il completo inserimento istituzionale della sinistra italiana di matrice comunista. Questo è vero solo in parte.
Cossiga, lottando controcorrente, favorì la maturazione dell’intero sistema politico, in qualche modo “costringendo” Silvio Berlusconi, Forza Italia e il centro destra nel suo complesso, a comprendere che guidare un Paese e mettere gli interessi del proprio popolo al primo posto significa anche tenere conto dell’articolato teatro delle relazioni internazionali. La “sfida” di Cossiga fu la molla per l’adesione di Forza Italia alla famiglia del partito popolare europeo, cui appartengono grandi forze come la Cdu tedesca e il Partito popolare spagnolo. Da allora, in modo sempre più consapevole, il centro del centro destra radicò la sua proposta politica verso la maggioranza moderata del popolo italiano dopo la vincente improvvisazione del 1994.
La sfida lanciata allora da Cossiga – correva l’anno 1998 – coinvolgeva la partecipazione dell’Italia allo sforzo dei paesi democratici per assicurare la pace nei Balcani, un pezzo importante di quella Europa che si voleva costruire. Oggi l’impegno è se possibile ancora più ambizioso e rischioso: salvare l’Italia, salvare l’Europa. Non si può farlo chiudendosi nello schema, forse comodo per qualcuno, di inadeguata contrapposizione tra una destra muscolare e una sinistra chic. Gli italiani sono un popolo moderato e, dunque, people first! Mettiamo al primo posto il popolo.
Il grande lascito cossighiano sta nella totale assunzione di responsabilità, nel dialogo tra moderati e riformisti che antepongono il bene comune alle convenienze elettoralistiche. C’è ancora molto da fare per rimettere in piedi l’Italia e questo non può avvenire secondo prospettive estremiste e minoritarie, ma soltanto attraverso un approccio che punti alla soluzione dei problemi che affliggono gli italiani e sui quali si devono ricercare le convergenze più ampie possibili.
(Tratto dal quotidiano Il Tempo)






