Libri sotto l’ombrellone/ Il Dodecaneso italiano
Pubblicando l’opera di Luca Pignataro, l’editore Solfanelli rende un grande servizio alla memoria della nostra storia patria. Per la prima volta una ricerca storiografica ricostruisce in modo dettagliato forme istituzionali e prassi di governo. L’indagine esamina gli sviluppi dell’ordinamento giuridico delle isole del Dodecaneso dal 1912 (un anno dopo la guerra italo turca) fino al 1947 quando, all’indomani del secondo conflitto mondiale, l’Italia perse le isole a vantaggio della Grecia.
Durante la guerra italo-turca, culminata nell’occupazione della Libia, l’Italia pensò di affrettare la fine del conflitto conquistando il Dodecaneso. Il 26 aprile 1912 venne occupata Stampalia, il 12 maggio Scarpanto, Caso, Piscopi, Nisiro, Calino, Lero, Patmo, Coo, Simi e Calchi, il 4 maggio sbarcarono delle truppe anche su Rodi che venne definitivamente occupata il 16 maggio.
Grazie all’eccellente lavoro di Pignataro noi ricordiamo due aspetti importanti che caratterizzarono la presenza italiana nel Dodecaneso: in primo luogo essa fu in qualche modo “sospesa” fino al trattato di Losanna del 24 luglio 1923, ovvero ben undici anni dopo che il comandante in capo del corpo di spedizione italiano, il generale Giovanni Ameglio, aveva affermato nel proclama del 5 maggio 1912: «Abitanti dell’isola di Rodi! L’Italia, legata a voi da gloriosi ricordi e da affinità di civiltà, è tratta dalle vicende della guerra ad occupare l’isola vostra. D’ordine del governo d’Italia, assumo tra voi i sommi poteri civili e militari, dichiarando che l’Italia fa guerra al governo e all’esercito ottomano, ma considera come amica la popolazione pacifica e inerme di Rodi, e ad essa intende dare le maggiori prove di benevolenza, assicurando fin d’ora il massimo rispetto alla vostra religione, ai vostri usi, alle vostre tradizioni (…)».
In secondo luogo, per ragioni perfettamente esposte dall’autore, il Dodecaneso rimase qualificato a metà tra una provincia del Regno d’Italia e una colonia: un po’ meno della prima, un po’ più della seconda, e per questo non affidato né al ministero dell’Interno né a quello delle colonie, ma a quello degli Esteri. Giunti a Rodi gli italiani constatano di aver conquistato un territorio arretrato che, come è scritto in un rapporto del generale Ameglio a Giolitti, «produce poco». Le autorità italiane opereranno in un’isola che è ottomana fin dal 1522, ma con una forte presenza cristiana (ortodossa) che, tuttavia, proprio per formazione culturale e religiosa, non guarda a Roma ad Atene.
Il libro testimonia i molti sforzi fatti per regolamentare la vita della popolazione locale, migliorando l’efficienza dei servizi e cercando di preservare equilibrio tra le diverse comunità religiose (musulmani, cristiani ed ebrei). Significativo è l’impegno italiano per condurre un censimento della popolazione nel Dodecaneso nel 1922: un’opera che si rivela impossibile soltanto nell’isola di Calimno. L’Italia però non si ferma al censimento. Nel novembre 1921 viene deciso di far eseguire il catasto geometrico particellare dell’isola di Rodi «allo scopo di riordinare e sistemare la ripartizione delle rendite imponibili e l’accertamento delle proprietà immobili». Le autorità italiane pensano anche di dotarsi di un agronomo per una cattedra ambulante di agricoltura, per insegnare, villaggio dopo villaggio, le moderne tecniche di coltivazione sull’esempio di quanto aveva fatto il governo ellenico che aveva assunto contadini pugliesi come istruttori per gli agricoltori delle isole Cicladi.






