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A proposito del sequestro degli impianti Ilva di Taranto

di Andrea Camaiora

A infliggere un duro colpo alla credibilità del nostro paese per gli investimenti stranieri, bastava secondo voi la figuraccia di Brindisi, con la British Petroleum che dopo anni e investimenti buttati al vento decide di abbandonare il campo?

No, certo che non bastava. Si è dovuta aggiungere Taranto con il clamoroso caso dell’Ilva. Non giriamoci troppo intorno. Se chiude la più grande acciaieria d’Europa vanno a casa dodici mila lavoratori e ciò ha inevitabilmente pesanti riflessi sull’indotto del polo industriale. Un disastro non soltanto per la Puglia, ma per tutta l’Italia.

Il giudice delle indagini preliminari di Taranto, certo chiamato a una delicata decisione che tocca la salute dei cittadini, avrebbe potuto disporre il sequestro cautelativo degli impianti senza bloccare la produzione. Ha invece scelto di aggiungere l’espressione «senza facoltà d’uso» che taglia la testa al toro e che mette a repentaglio il lavoro non di “soli” cinquemila lavoratori, ma di dodicimila, perché l’area di lavorazione a caldo sequestrata è il cuore di un’acciaieria destinata a fermarsi a cascata. 

Stiamo parlando quindi di dodicimila posti di lavoro, con l’indotto sessantamila e ciò senza voler parlare del blocco di un porto che dipende dall’Ilva per il 75% della propria attività. La Puglia a pezzi.

Senza contare il vantaggio per le acciaierie del Nord d’Europa e dell’Asia con un aggravio dei già pesanti costi per quella filiera industriale nazionale in affanno (meccanica strumentale, impiantistica, automotive) che l’acciaio dovrà acquistarlo all’estero a prezzi superiori rispetto agli attuali.

Non hanno dunque trovato ascolto nel palazzo di giustizia di Taranto il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, secondo il quale «il giudizio sui rischi connessi ai processi industriali va attualizzato e il fermo dello stabilimento finirebbe per sanzionare il passato». Parole che mettevano il dito nella piaga della lentezza della giustizia, dieci anni di indagini sfociate in una scelta che fotografa una situazione che non tiene conto dei progressi fatti per migliorare la disastrosa situazione ambientale e neppure dei progetti di intervento per oltre 300 milioni messi a disposizione dallo Stato. Anziché conciliare la giustizia con la salute e il lavoro si è fatto quel che si è fatto.