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Passi avanti nella riforma della legge elettorale

 

La riforma elettorale si farà, e in tempi brevi, anche se questo non significa necessariamente andare ad elezioni anticipate in autunno. Ma è un dovere morale e politico che le forze politiche hanno assunto di fronte agli elettori al momento della formazione del governo tecnico, e va onorato. Il Pdl, almeno, ha tutta l’intenzione di farlo, e resterà sulle spalle del Pd la responsabilità di non aver speso questo scorcio di legislatura per consentire agli italiani non solo di scegliere i parlamentari, ma anche il presidente della Repubblica.

L’intesa sulla nuova legge elettorale, comunque, prevede uno sbarramento alto fissato al 5 per cento, un premio di maggioranza del 15 per cento al primo partito (non alla coalizione), e un sistema misto per l’individuazione dei parlamentari: due terzi saranno gli eletti scelti dai cittadini, un terzo saranno i “nominati” dai partiti.

La scheda elettorale potrebbe dunque offrire la possibilità di esprimere tre preferenze con un capolista bloccato, cioè indicato dal partito di appartenenza. L’unica incognita resta proprio quella sul meccanismo delle preferenze, che costituirebbe un ritorno al passato e – per molti – una fonte di spese e di corruzione. L’alternativa potrebbe essere un meccanismo di collegi uninominali proporzionali (il cosiddetto Provincellum), come infatti avviene con il sistema in vigore per l’elezione dei consigli provinciali. In questo secondo caso la controindicazione è che si scatenerebbe una competizione tra candidati della stessa lista.

Ma si tratta, evidentemente, di dettagli che possono essere agevolmente risolti in presenza di una forte volontà politica. Il lavoro degli sherpa, che sono arrivati a un passo dall’accordo definitivo, dovrebbe agevolare anche il confronto in sede di comitato ristretto al Senato, che riprenderà domani.