
Il confronto tra governo e parti sociali è da sempre uno dei punti-chiave per l’economia italiana.
Concertazione, dialogo, confronto sono stati interpreti delle diverse stagioni politiche. Fino alla scorsa estate quando l’Italia, al centro della speculazione internazionale con gli altri Paesi europei, ha visto le Parti Sociali diventare protagoniste nel processo di cambiamento che, raccolto dal capo dello Stato Giorgio Napolitano, ha portato alla nascita del Governo Monti.
Sembra però aprirsi, in quest’ultimo periodo, una nuova fase dove i distinguo sembrano prevalere. La «concertazione» ha caratterizzato l’inizio degli annin ’90, momento particolarmente delicato dell’economia italiana quando la tempesta monetaria rischiò di sopraffare la lira.
Dopo la disdetta da parte di Confindustria della Scala Mobile si aprì, nel giugno del ’90, un negoziato che tre anni dopo, nel mese di luglio, condusse a «un’intesa senza precedenti», come disse il presidente del Consiglio dell’epoca, Carlo Azeglio Ciampi.
Il protocollo d’intesa, riportato in una trentina di pagine, vide impegnate tutte le parti sociali nel rilancio del sistema produttivo e nel contenimento della crisi occupazionale, recuperando un sistema contrattuale compromesso, con un impegno forte di lotta all’inflazione. Ciampi, che ne fu l’artefice, mostrava con orgoglio ai giornalisti economici il fogliettino che teneva nella tasca della giacca, con il ridimensionamento della forbice tra i tassi dei Btp e dei Bund che solo un anno prima aveva raggiunto quasi gli 800 punti.
Negli anni successivi la regola vuole un confronto serrato tra governo e sindacati prima di ogni intervento del governo stesso: incontri che diventano quasi un rito, con un numero sempre maggiore di sigle e un contradittorio spesso meno incisivo. A segnare una discontinuità è il premier Silvio Berlusconi nel giugno 2001, all’assemblea della Cisl che si svolge all’Ergife parla solo di «dialogo sociale». Una posizione che Berlusconi spiega con chiarezza subito dopo, quando sostiene che «la concertazione appartiene a un’epoca alle nostre spalle».
È una stagione di eventi importanti, nella quale la Cgil di Sergio Cofferati scenderà in piazza con 3 milioni di persone il 23 marzo 2002 contro le modifiche all’articolo 18, e il governo firmerà con tutte le altre forze sociali il «Patto per l’Italia». Ma la stagione degli accordi separati proseguirà fino all’ultimo governo Berlusconi, con il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, e le modifiche sul modello contrattuale, firmate sulla spinta della «rivoluzione» Marchionne alla Fiat, che allontana la Confindustria e lascia fuori dalle fabbriche la Cgil. Il ruolo delle parti sociali rimane comunque strategico nei diversi periodi della storia italiana, anche quando, travolto dai mercati e dalla vicenda Ruby, Berlusconi lascia il passo a Monti.
E ai numerosi appelli, firmati prima solo da tutte le rappresentanze imprenditoriali, da Confindustria all’Abi, da Rete Imprese Italia alle Cooperative, e poi anche dai sindacati, nei quali si chiede di fare presto, recuperare credibilità per il Paese, attuare scelte di politica economica ormai indispensabile. È la premessa del governo Monti che però, dopo i primi provvedimenti, vede ora crescere i distinguo sindacali e imprenditoriali alle proprie scelte. Così, l’accenno alla «concertazione come origine dei mali contro cui lottiamo» sembra precludere all’apertura di una nuova fase di cambiamento nel confronto tra governo e parti sociali.