Rai, perché Schifani è stato corretto
Un attacco così frontale del presidente della Camera al suo omologo del Senato non ha precedenti nella storia parlamentare. Pomo della discordia, la sostituzione di un esponente del Pdl in commissione di Vigilanza con un senatore di Coesione Nazionale.
Il riepilogo dei fatti è semplice: mercoledì il Pdl ha fatto rinviare il voto sul CdA Rai chiedendo a Schifani di sostituire un parlamentare dissidente che aveva annunciato di votare contro le indicazioni del partito. Non c’è nessuno scandalo né sull’intervento della presidenza del Senato, né sulla sua tempistica, visto che il caso della mancanza di rappresentanza del gruppo di Coesione nazionale in commissione era già stato sollevato più volte in Aula. Anche mercoledì mattina, il capogruppo Viespoli aveva messo in guardia dal rischio di illegittimità di ogni atto della Vigilanza, in quanto la sua composizione era non rispondente agli equilibri parlamentari.
L’intervento di Schifani è stato dunque volto a sanare una possibile causa di contestazione delle deliberazioni della commissione. Un comportamento ineccepibile. Ma Fini ha trovato in questa vicenda il pretesto da molto tempo atteso per attaccare Schifani, e ha aperto uno scontro istituzionale durissimo, asserendo che la sostituzione di un membro della Vigilanza Rai a elezioni in corso «è un fatto di inaudita gravità».
Ora, se c’è un fatto di inaudita gravità, questo è la permanenza di Fini sulla poltrona di presidente della Camera, e se c’è un esponente delle istituzioni che non ha titoli per dare lezioni è proprio lui, che ha trasformato la terza carica dello Stato nell’ufficio prima di un capocorrente e poi di un capopartito, sempre che Fli, con i decimali di consenso che raccoglie, possa essere definito un partito. Ma le ragioni di questo terremoto istituzionali sono, come quasi sempre accade, molto diverse da come vengono fatte apparire.
L’irritazione irrituale e sopra le righe di Fini nasce infatti dal tentativo andato a vuoto di rimettere le mani sulla Rai, dopo la poco edificante vicenda dell’appalto alla suocera. Ma è una vecchia consuetudine del presidente della Camera scrutare i bruscoli negli occhi altrui e ignorare le travi dei propri, così come usare due pesi e due misure a seconda delle convenienze non istituzionali, ma politiche.
Fini ha attaccato Schifani sulla Rai, ma sulla contestata presidenza del Copasir a D’Alema – che per prassi spetta all’opposizione, mentre oggi D’Alema è in maggioranza – ha lasciato correre. A inizio legislatura, poi, lo stesso Fini accettò un colpo di mano contro le istituzioni sciogliendo la Commissione di Vigilanza legittimamente presieduta da Villari e creando così un grave precedente. E la situazione non può che peggiorare nei prossimi mesi, visto che Fini, scaricato da Casini e alla guida di un partitino dello zero virgola, dovrà trovarsi una improbabile sistemazione elettorale, per cui le sue invasioni di campo politiche sono destinate ad aumentare.






