Dipendenti pubblici alla forca?
di Carlo Sacchetti
Nubi tempestose si addensano sulle teste dei pubblici impiegati in tempi di spending review, e non passa giorno se qualcuno non provvede ad assestare loro un gancio come si deve.
Di recente è stato il turno del Sottosegretario all’Economia Polillo, tornato all’attacco con una settimana di lavoro in più per alzare il Pil (che riguarderebbe, in verità, pubblico e privato) e con la mobilità degli esuberi all’80 per cento dello stipendio; e poi, ancora, i possibili tagli per centinaia di migliaia di persone e, last but not least, il taglio delle indennità per il pasto degli statali.
I sindacati sono sul piede di guerra, la rete si mobilita, da una parte impaurita, dall’altra coi bastoni in mano e la bava alla bocca, desiderosa di vedere sulla forca il simulacro degli italici vizi: il dirigente medio ministeriale o impiegato che sia; lui, il ventre molle della nazione, su cui ci si deve avventare per scongiurare l’aumento di due punti percentuali dell’IVA.
Ma deve andare proprio così? Il dubbio è più che lecito. E non è che il pubblico impiego, negli ultimi mesi, non abbia fatto la sua parte: un dirigente ministeriale di prima fascia guadagna poco più di 3 mila euro netti mensili, ed alla fine di quest’anno, grazie alle ultime manovre finanziarie, avrà versato al fisco circa 1.500 euro in più (netti pure questi) rispetto a quanto ha pagato nel 2011. Non è poco. Che si debbano combattere senza sconti le sacche improduttive del pubblico è un fatto; che ci siano enti, anche tra le regioni, che abbiano una disponibilità di personale superiore di cento o duecento volte rispetto alle reali esigenze, è un’altra certezza. Ma è altrettanto vero che la P.A. ha bisogno di qualcosa d’altro che, da una parte, tenga sì a bada gli ingressi col blocco del turnover e delle dirigenze esterne, ma che dall’altra ragioni sulla proliferazione delle funzioni del personale strutturato, che riguarda anche gli enti locali, per cui in un singolo ufficio si trova un dirigente, un vice dirigente e un funzionario con alta professionalità che comanda quasi come un dirigente. Non si deve per forza licenziare, ma solo togliere la funzione con relativa indennità laddove non è necessaria, e capire perché le performance di certi impiegati, al fine di remunerarne l’assegno di produzione che paga il conribuente, venga calcolata con la formula astrusa dello “scarto quadratico medio” (guardate di che si tratta su Wikipedia e deliziatevi).
Insomma, oltre agli sfrondamenti di personale alle amministrazioni centrali e non, per ora solo minacciati o ipotizzati, andrebbero affrontati anche gli eterni problemi di sistema, di controllo e di organizzazione della P.A. Il tempo è poco, le risorse da trovare tante, ecco perché si andrebbe a razzolare sui buoni pasto. Speriamo solo che i tecnici (Monti e co.), che hanno delegato altri tecnici (Bondi), che hanno delegato altri tecnici (Ernst & Young), non indulgano troppo a soluzioni sbrigative e, di riflesso, forcaiole.






