Mafia: il Colle è preoccupato ma deciso, è necessario capire la regia
Nervosismo e preoccupazione al Colle; maggiore serenità e tanta fermezza nel presidente della Repubblica. Sono questi i sentimenti che si registrano al Quirinale dove, dopo il durissimo intervento dei giorni scorsi del capo dello Stato, si leggono al microscopio le unanimi dichiarazioni di solidarietà del mondo politico e, riservatamente, si ragiona sul perché di un attacco di tale portata alla presidenza della Repubblica.
I collaboratori del presidente si interrogano su chi possa esserci dietro, sulla regia dell’operazione e nei saloni del Quirinale vengono discusse anche operazioni poco trasparenti: dalla consueta lobby delle Procure fino ad un antipasto di elezioni anticipate nel tentativo di indebolire il Colle in questo caldissimo inizio d’estate.
Ecco perché il barometro segna sempre tempesta: rimane forte la convinzione che la vicenda sia stata sì depotenziata dalla reazione decisa di Napolitano, ma non chiusa. I tanti attestati di solidarietà e stima hanno rasserenato Napolitano spingendolo a confermare al suo staff la linea della ”fermezza” rispetto ad attacchi che lo hanno indignato ma che soprattutto continua a non capire.
Non è solo la possibilità di essere stato intercettato ad aver colpito duro il presidente, ma piuttosto le insinuazioni lette su alcuni giornali su un suo ruolo, od anche una volontà recondita, di voler frenare indagini delicatissime.
Antenne alzate quindi, al Quirinale: si spulciano i lanci d’agenzia che mai come ora contengono notizie. Come, ad esempio, le dichiarazioni dell’ex capo del Dap, Nicolò Amato, che tira in ballo senza mezzi termini un presidente della Repubblica, seppur scomparso, come Oscar Luigi Scalfaro. «Cosa nostra chiese allo Stato la mia testa e lo Stato gliela diede, Scalfaro mi sostituì e poco dopo i detenuti sotto 41 bis passarono da 1300 a poco più di 400», dice Amato in una clamorosa intervista. Oppure le uscite più squisitamente politiche come quella di Pier Ferdinando Casini che tira in ballo «schegge» della magistratura che avrebbero «obiettivi intimidatori». O anche quella di Fabrizio Cicchitto che parla di «una indecente e pericolosa operazione di intossicazione e depistaggi», per poi rilanciare uno dei cavalli di battaglia del Pdl, la riforma delle norme sulle intercettazioni. Il clima viene ben sintetizzato da Bersani in una frase: «il Quirinale è uno dei pochi presidi di questa democrazia. Sarà meglio evitare manovre attorno a lui perché poi non ci ritroviamo più niente».
Ma spunta la parola ”impeachment”: a pronunciarla, per ora, è solo Salvatore Borsellino, il fratello del magistrato fatto esplodere a via D’Amelio il 19 luglio 1992. Sono passati 10 anni da quella strage ma i veleni di quegli anni non hanno smesso di intossicare la politica italiana.






