Riforma del Lavoro, le bordate di Squinzi
Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, è un imprenditore di seconda generazione: suo padre ha fondato la Mapei, ma è stato lui a costruire un impero con stabilimenti in tutto il mondo.
Avrebbe voluto essere il collante d’Italia, ma, appena un mese dopo la sua elezione al soglio più alto di Viale dell’Astronomia, ha già preso irrimediabilmente le distanze dal governo Monti.
Martedì ha definito la riforma del lavoro «una boiata»: bastava che avesse aggiunto «pazzesca», e la similitudine sarebbe stata completa. Qualche giorno fa aveva, invece, considerato il rigore dei tecnici come un eccesso di zelo che stronca il Paese.
In effetti, il bilancio dell’esecutivo dei professori, a poco più di sei mesi dal suo insediamento, non è certo dei migliori. È vero che la congiuntura internazionale non ha aiutato il premier, ma in Italia è stato fatto ben poco per tamponare l’emergenza. Di crescita si continua a parlare a vuoto e anche il progetto sviluppo messo in piedi dal ministro Passera, è un’operazione di maquillage: come ha denunciato il segretario del Pdl, Angelino Alfano, gli 80 miliardi messi sul tavolo per la crescita sono, quasi tutti, fittizi. Con le partite di giro, non si va avanti.
«Quadro politico sconcertante», commenta ancora il presidente di Confindustria. Anche su questo punto non gli si può dare torto. Il caso degli esodati, illustrato nelle scorse ore alla Camera dal ministro Fornero, è sconcertante: come è stato possibile un pasticcio del genere? Il crollo, negli ultimi mesi, delle compravendite immobiliari e dei mutui racconta quanto sia rapido e cruento l’impatto di questa crisi infinita.






