Print FriendlyStampa

San Josemarìa, etica cattolica e lavoro che si fa orazione

di Giorgio Faro *

In un’epoca di crisi come quella che stiamo vivendo non è strano riflettere sul senso del capitalismo che continua ad essere materia di dibattito soprattutto a causa di segnali preoccupanti che da più parti sembrano mostrarne margini di fragilità.

È altresì interessante riprendere la tesi weberiana che individua nel protestantesimo (nella sua declinazione calvinista) la radice culturale che ha favorito la nascita del capitalismo moderno, per metterla alla prova di fronte alla proposta cattolica che attraverso la dottrina sociale ha saputo proporre molte valide risposte. In questo senso assume un certo rilievo il messaggio di S. Josemaría Escrivá, fondatore dell’Opus Dei, che nella riscoperta della santità nella vita ordinaria e specialmente nel lavoro professionale fu un precursore di molti degli insegnamenti del Concilio Vaticano II di cui si celebra quest’anno il 50esimo anniversario.

Max Weber con L’etica protestante e la nascita del capitalismo moderno giunse a individuare nel puritano inglese colui che – più rigorosamente credendo di applicare la teoria di Calvino – ha innescato, sia pure inconsapevolmente, il processo economico definito “capitalismo moderno”. La dottrina calvinista, infatti, si potrebbe sintetizzare come la ricerca di un “segno” visibile per eliminare l’angoscia di fronte all’insicurezza sul destino eterno che il luteranesimo portava con sé.

Calvino parte dal presupposto di un Dio che lavora, come si legge nelle prime pagine della Genesi (la Creazione) e da qui arriva all’idea che il profitto del lavoro umano è il segno “psicologico” della benevolenza divina e quindi della predestinazione.

Allo stesso tempo chi lavora bene è pagato bene: il denaro guadagnato lavorando onestamente, e con iniziativa, è dunque segno della grazia divina; mentre chi fallisce nel lavoro e si ritrova in miseria, o non riesce a modificare tale stato, rischia la dannazione. Questa dinamica, poi, si apre a cercare una stabilità anche per il futuro: bisogna ampliare e diversificare sempre di più le attività, guadagnare sempre di più, cautelandosi contro i rovesci della vita: ovvero la miseria. E tutto ciò reinvestendo continuamente il denaro guadagnato e trattenendo solo lo stretto necessario per vivere.

Per questo il puritano inglese è il modello: un carattere stoico, ordinato, capace di sopportare ogni difficoltà e fatica nel lavoro; uno che vive dello stretto necessario e che tutto il denaro che guadagna dalle sue attività lo reinveste per ampliarle sempre più: il continuo reinvestimento degli utili. Più diventa ricco, più si conferma nella predestinazione.

L’iter di questo cammino che ha un’origine religiosa trova il suo compimento nell’etica del risultato che è in fondo la versione secolarizzata della dottrina della predestinazione, cui si aggiunge il cinismo di un illuminista come Bernard de Mandeville, su cui Weber non si è soffermato, vero padre del capitalismo moderno nel senso più deteriore del termine (sfruttamento della povertà e negazione dell’istruzione e di uno sviluppo per i poveri, come affermato nella Favola delle Api: sono loro, e tali devono rimanere, il vero motore del progresso).

La tesi di Max Weber, vagliata negli anni da parecchi studiosi, risulta tuttora attuale e profonda. Tuttavia ha suscitato grande interesse la critica sollevata da M. Novak in L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo. In queste pagine Novak ammira l’intuizione mostrata da Weber nel sottolineare la dimensione culturale del capitalismo, intravedendo nella storia economica una dimensione religiosa e morale.

D’altronde il vero obiettivo dell’opera di Novak non è tanto una polemica anti-weberiana, ma piuttosto “spiegare come l’etica cattolica possa abbracciare, correggere ed emendare lo spirito del capitalismo”, come lui stesso dichiara esplicitamente nell’Introduzione.

Novak individua una conciliazione tra cattolicesimo e capitalismo, in cui l’utilitarismo ottimizzante economico di un capitalismo intrinsecamente “disumano” viene emendato dall’etica cattolica, l’unica ad esser capace di coniugare insieme “etica e persona”.

D’altra parte questa prospettiva è rintracciabile in alcuni positivi giudizi contenuti nel Magistero, in particolar modo nella Centesimus Annus di san Giovanni Paolo II, in cui si riconosce che l’economia d’impresa possiede qualcosa di positivo e creativo che non va demonizzato.

Di fatto, la dottrina sociale della Chiesa colloca una “economia di mercato” equa nel più ampio ambito della società, delineandone i limiti all’interno di un ordine giuridico che la regola e in istituzioni morali, come la famiglia, che interagiscono con essa. Giovanni Paolo II scrive, infatti, che “la libertà nel settore dell’economia deve inquadrarsi in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale, una libertà responsabile il cui centro è etico e religioso”. Benedetto XVI nella Caritas in veritate indica che “la gestione dell’impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa“.

Il lavoro dunque non è solo segno di predestinazione né –nella versione secolarizzata del calvinismo– fonte di benessere, ma la dimensione “quotidiana” in cui il cristiano è chiamato a vivere la giustizia e la carità.

All’inizio del secolo scorso il fondatore dell’Opus Dei ha contribuito efficacemente a segnalare che la principale materia di santificazione del cristiano è la vita ordinaria e specialmente il lavoro professionale. E questo avveniva ben prima che il Concilio Vaticano II recuperasse queste dimensioni, presenti sin dal primitivo cristianesimo (almeno fino al IV sec.).

San Josemaría ha riportato in primo piano la consapevolezza che nel messaggio cristiano il lavoro è per l’uomo il modo di proseguire e collaborare all’opera creatrice e redentrice di Dio. È Dio che dopo aver creato il mondo lo ha affidato all’uomo, dandogli il compito di coltivarlo, conoscerlo e prendersene cura. Il lavoro, inteso non solo come attività professionale ma come l’insieme delle attività ordinarie che caratterizzano la vita di ciascuno, è il principale mezzo attraverso cui incontrarsi con Dio, stare con Lui, fare la sua volontà.

Il lavoro quindi, come ogni attività del cristiano (sociale, familiare, sportiva, ecc.), deve trasformarsi in orazione, cioè in dialogo con Dio. Escrivá scrisse: “l’arma dell’Opus Dei non è il lavoro: è l’orazione. Per questo trasformiamo il lavoro in orazione ed abbiamo anima contemplativa”. Invitava “a svolgere il lavoro di Marta, ma con il cuore di Maria”, ad essere “contemplativi in mezzo al mondo”. Egli equiparava il tavolo di lavoro, o la scrivania del laico, all’altare su cui il sacerdote celebra ogni giorno la santa Messa.

In quest’ottica il lavoro non è più concepibile come un’etica del risultato o un’etica del successo, come lo stesso Fondatore ha chiarito: “potete pure ottenere i successi più spettacolari in campo sociale, nella vita pubblica, nella professione, ma se trascurate la vostra vita interiore e vi allontanate dal Signore, avrete fallito clamorosamente. Al cospetto di Dio è vittorioso colui che lotta per comportarsi da cristiano autentico: non ci può essere una soluzione intermedia”.

La via indicata da san Josemaría sta dunque nel coniugare perfezione umana e perfezione divina: “quel che ho sempre insegnato -da quarant’anni a questa parte- è che ogni lavoro umano onesto, sia intellettuale che manuale, deve essere realizzato dal cristiano con la massima perfezione possibile: vale a dire con perfezione umana e con perfezione cristiana. Infatti, svolto in questo modo, quel lavoro umano, anche quando può sembrare umile e insignificante, contribuisce a ordinare in senso cristiano le realtà temporali -manifestando la loro dimensione divina- e viene assunto e incorporato all’opera mirabile della Creazione e della Redenzione del mondo. In tal modo il lavoro viene elevato all’ordine della grazia e si santifica: diventa opera di Dio, operatio Dei, opus Dei”.

 

 

* Docente di Filosofia, Pontificia Università Santa Croce